| Scritto in una notte |
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Domenica 16 Settembre Premiato il vincitore del concorso"Scritto in una notte"In occasione della "Notte bianca" di Castel San Pietro Terme (BO) è stato organizzato il singolare concorso letterario.I partecipanti sono stati ospitati presso una sala dell'Hotel Castello, dalle ore 22 del 23 Giugno, alle ore 6 del 24 Giugno, per scrivere il loro racconto in una notte. I vincoli imposti erano:
Il gruppo colonne d'Ercole ha partecipato al concorso con tre autori:
Scarica il pdf con i racconti di scritto in una notte degli autori di "Colonne d'Ercole" Il primo premio è stato vinto dal "Colonne d'Ercole" Erik Dall'Osso con un inquietante raccontoche ha riscosso i giudizi favorevoli sia dei votanti a mezzo internet, che della giuria di qualità Di seguito il Racconto.... Notte, ancora e sempre. Attraverso i finestrini scheggiati della Mercury non si distingue quasi altro. Insegne luminose, città, paesi. Una interminabile scia anonima, luminose parentesi effimere. Passate e già dimenticate. Attorno al tutto solo la notte, ancora, sempre. E l'afa. L'uomo abbassa il finestrino, l'aria calda e malsana scorre come melassa dentro l'abitacolo, rallenta i pensieri e sembra impacciare il tempo stesso nella sua corsa sfrenata. L'auto procede sicura dribblando agile il traffico. Macchine inchiodate nell'aria pesante. Se l'uomo al volante della Mercury fosse portato per la speculazione potrebbe forse trovare qualche analogia con la sua condizione ma con il tipo di vita che conduce la filosofia può essere una pericolosa bonaccia. Nessun pensiero, nessuna esitazione. La strada, la natura e la routine. Sacra, necessaria e immutabile. Il rombo dell'auto divora l'asfalto e si lascia alle spalle l'ingorgo. Nel suo millenario percorso la via procede dritta come la canna di un fucile. Solo a viene tratti rischiarata dall'arancione di qualche lampione. L'autista si lascia Venere alle spalle accelera sicuro verso il punto in cui, tra qualche ora, lo vedrà ricomparire. Un qualsiasi essere vivente, persino l'uomo nonostante il suo complesso da primo della classe, pensa mai realmente alla morte. Un pensiero razionale in materia può far desumere a chiunque che un'esistenza, squallida sveltina tra un ovulo abnorme e una frenetica cellula caudata, deve necessariamente avere una fine. In realtà tuttavia questa consapevolezza non raggiunge mai i più profondi strati della coscienza. Dal premio Nobel allo scarafaggio ogni essere organico rimane tenacemente ancorato alla sua illusoria immortalità fino all'ultimo istante della sua vita, quando anche l'ultima speranza scompare e di fronte a loro si spalanca il baratro. Il gatto appariva sicuro, per lui deve essere un percorso consueto, da farsi quasi a occhi chiusi. Il fascio di luce lo colpisce con la violenza di un dardo. Il muso cromato dell'auto urla. L'autista sorride di sbieco, contrae gli avambracci e sterza verso la bestiola. Macchine ferme. L'irritante alone rossastro di un ingorgo. L'uomo rallenta, si scosta i capelli neri dalla fronte e guarda fuori. Gli si presenta una cittadina come tante, palazzi e costruzione moderne si dipanano da un centro di epoca medioevale. Il tutto risulta un poco schiacciato lungo la via Emilia come a cercare nell'antica arteria di traffico un po' della vita di cui questi centri si nutrono. Grasso che cola dalle grandi città. Il motivo del rallentamento gli appare subito evidente. Una variopinta fila di bancarelle si dipana in direzione del centro. Famigliole, gruppetti di adolescenti, chiassosi assembramenti di trentenni in libera uscita. Tamburella impaziente le dita sul volante. La renault di fronte a lui non accenna ad avanzare, addirittura uno degli occupanti scende ridendo dall'auto e apostrofa qualche amico più avanti nella fila. La cintura di brillantini sfolgora nella luce dei fari. Ha fame, se riuscisse a oltrepassare quell'impiccio potrebbe trovare in breve tempo un angolo tranquillo. Ci pensa su. Sbuffa. Ha fame ora. Incassando sconcertate suonate di clacson si infila in una traversa. La vita notturna da fiera paesana scorre a qualche metro da lui. Appoggiato alla fiancata della Mercury studia la situazione. Vino, stand di carne alla brace, birra, orchestrine, vino... tra un paio d'ore gli avinazzati cominceranno a scostarsi dalla folla per vomitare o vuotare la vescica. Agnellini imprudenti che si allontanano dalla sicurezza del branco. Può aspettare, non dove nemmeno fare lo sforzo di mischiarsi alla turba accaldata. Di fronte a lui una signora sulla quarantina trascina per il gomito due bambine in età prescolare che da qualche minuto fissavano a bocca aperta un mimo. L'uomo nel parcheggio fece una smorfia, nella casa in cui abitava da bambino venivano spesso a esibirsi i mimi. Tanto sgradita quanto inarrestabile la marea dei ricordi annegò i suoi propositi. Senza quasi rendersene conto si ritrovò a veleggiare con espressione distratta in mezzo alla calca. I capelli neri continuano a cadergli sugli occhi. Deve rimanere concentrato, per quanto sia abile sa bene quanto può costare in termini di seccature un banale errore di distrazione. E' davvero come tornare al mercato del venerdì nel suo vecchio quartiere. Gli balena l'immagine di un piccolo sé stesso con i calzoni corti e l'espressione svagata. Gli abiti sono diversi e manca il Tamigi ma non fa una grande differenza. Poco più avanti i membri di un'orchestrina violentano i loro ottoni, una biondina crudele strappa il cuore a Frank Sinatra il quale, ben lungi dal dolersene, annuncia di volerne fare un pacchetto regalo per la sua bella. La truculenza del testo lo riporta d'un tratto coi piedi per terra. Ha fame e non può certo servirsi in uno dei fin troppo numerosi stand gastronomici. L'odore della carne gli da alla testa. Si tuffa in un vicolo. Dopo una serie di svolte confuse si ritrova nel parcheggio sul lungofiume dove ha lasciato l'auto. Una ventata calda gli fa ritrovare parte della lucidità. Poco lontano un gruppo di ragazzine passa ridacchiando. Pulzelle. E' sempre andato bene con quel genere di soggetto. Facile, impressionabile, non offriva mai una gran resistenza. Solo pochi passanti. Un colpo di fortuna. Qualcosa lo ferma all'improvviso. Una improvvisa ventata in senso contrario alle altre gli ha appena portato due informazioni importanti. La prima è che le ragazzine stanno cinguettando in toscano, la seconda il ricordo che le ultime prede avevano parlato francese. L'improvvisa consapevolezza del proprio terribile odore gli fornisce la misura di quanto sia durato il suo ultimo tratto di corsa. In quelle condizioni non potrebbe abbindolare nemmeno un bambino. Deve darsi una ripulita. Trovare un albergo non lo impegna che per pochi minuti. Le insegne luminose di due hotel ammiccano dalla cima di una traversa in lieve salita. Scarta subito il primo, "hotel Parigi", i francesi gli erano piaciuti nemmeno prima di essere stato costretto a passare fin troppi anni nel loro paese. Non rimane che il secondo, una costruzione dall'aria consueta e ordinata, circondata da un'alta siepe. A passo di carica fa irruzione nella hall. Dal banco della reception una ragazza esile, con i capelli raccolti in una coda di cavallo, guarda allibita la figura lacera che gli si para di fronte. "Una stanza" La ragazza deglutisce e passa all'uomo una delle chiavi appese dietro di lei. "Buonasera" Il timido saluto rimbalza inascoltato sulle spalle dell'uomo. L'apparizione scompare per le scale. In migliaia di alberghi in cui è stato la scena si è ripetuta, per quanto riesca a ricordare, in maniera pressoché identica. Nessuno si è mai sognato di dirgli che era tutto occupato, di chiedergli un documento. Men che meno si è mai accennato al conto per la notte e le consumazioni. Non ha mai avuto ben chiaro come la cosa funzioni ma si tratta di un sistema molto comodo e non ha mai avuto bisogno di saperne di più. Stringendo sotto il braccio una vecchia sacca di cuoio l'inconsueto cliente percorre il corridoio del primo piano in cerca della stanza giusta. La sua comparsa mette in fuga una coppia di anziani che si rinserrano nei propri alloggi. Una prima occhiata allo specchio dell'ingresso chiarisce subito l'impressione che deve aver fatto nelle strade del paese. Curvo, i vestiti laceri gli pendono addosso grigiastri. Una massa nera di capelli unti incornicia un volto che può appartenere soltanto a un pazzo. O a un indemoniato. Con calma distende sul letto il poco bagaglio. Una breve ispezione gli fa reperire l'oggetto desiderato, un rasoio antiquato dalla lama larga e dal manico montato in madreperla. Soddisfatto entra nel bagno chiudendosi la porta alle spalle. Se la ragazza che lo aveva accolto non fosse smontata mezz'ora prima avrebbe faticato assai a collegare l'orribile vagabondo che le aveva estorto una stanza con il distinto signore in doppio petto che, dopo poche dozzine di minuti, si appresta a discendere con portamento regale i pochi gradini della hall. Tuttavia il nuovo portiere non sa nulla del nuovo ospite e si limita a salutare con rispetto dovuto a un cliente di riguardo. "Per caso il ristorante è ancora aperto?" La domanda è evidentemente retorica dato il rumore di voci e stoviglie proveniente dalla stanza attigua. Il portiere dalla pelle olivastra si affretta lo stesso a rispondere: "Certamente, se vuole seguirmi le arò trovare subito un tavolo" Eseguita con celerità la circumnavigazione del banco fa strada con un gesto alla slanciata figura dell'uomo conducendolo verso il ristorante. Intercettato lo sguardo del cliente verso una delle salette si affretta a dare spiegazioni: "Sono scrittori dilettanti impegnati in un piccolo concorso che la direzione dell'hotel ha organizzato per la Notte Bianca. Avrà visto di certo l'animazione in centro." L'uomo si limita a guardare scettico lo sparuto gruppo di persone curve su block notes e portatili". "Da questa parte prego." Viene fatto accomodare in un tavolo adiacente a parete. Con la scusa di studiare il menù si ricava qualche minuto per studiare la clientela. A prima vista niente di appetibile. Un gruppo di studenti sembra festeggiare il buon esito di un esame nel modo più chiassoso possibile. Alcuni sono già un filo alterati dall'alcol ma è plausibile pensare che vorranno terminare altrove la serata ed è quindi improbabile riuscire a coglierne soli uno o due. Dalla parte opposta della sala alcune coppie consumano tranquillamente la loro cena. Potrebbero essere persone di passaggio come residenti della cittadina che si regalano una serata a lume di candela. In un tavolo a parte quella che potrebbe sembrare una serata tra amiche. Tre donne sulla trentina, dall'aspetto anonimo, ridacchiano e bevono più del dovuto evidentemente assorte da argomenti ameni. L'unica altra cliente è una donna seduta da sola a pochi tavoli di distanza dal suo. Alla prima indagine di un qualsiasi osservatore, il volto incorniciato da un caschetto biondo e le forme che si possono intuire sotto l'abito dal taglio severo potrebbero rivelare una donna di circa quarant'anni, che un trucco curato e il tocco discreto di un chirurgo tentino di far apparire di qualche anno più giovane. Questo osservatore avrebbe pienamente ragione. L'attenzione dell'uomo si sofferma poi sulla ventiquattrore appoggiata sotto il tavolo e sui fogli che la donna scorre con espressione svogliata in attesa che le venga servito l'antipasto. I gioielli che indossa sono quasi certamente autentici. Gli occhi verdi dell'uomo soppesano pochi altri particolari prima di prendere una decisione. Si alza, sorride, e si avvia al tavolo occupato dalla donna. "Mi permette? Probabilmente penserà che sono all'antica ma detesto vedere una donna bella donna come lei cenare tutta sola. Mi consenta di farle compagnia." La donna alza gli occhi sulla figura in pedi di fronte a lei. Allibita dal ridicolo approccio alla Rodolfo Valentino perde alcuni preziosi secondi nel decidere tra un "Vai a farti fottere" e un più neutro "Volentieri, ma come vede sono molto occupata". Ne risulta un sommesso verso scarsamente intellegibile. "Lo prendo per un sì" l'uomo si siede sull'ottomana di fronte a lei. "Ha già ordinato?". Improvvisamente la risposta "Vai a fare un culo" si delinea come la più plausibile ma qualcosa la blocca. Deve essere qualcosa nell'aspetto dell'interlocutore. Il sorriso ad esempio, tirato e niente affatto amichevole o gli occhi verdi dalle pupille spropositate. L'espressione che ne risulta è qualcosa di vagamente rettile. Inquietante ma sufficiente a tenerla inchiodata sulla sedia. "Lei chi sarebbe?" L'ovvia domanda trova l'interlocutore spiazzato. "Sono..." E' lui, non c'è dubbio, ma per un curioso scherzo della memoria non riesce improvvisamente a ricordare il proprio nome. Cerca di riandare con la mente all'ultima volta che se ne è servito. Non ottiene risultati. "Sonia Lossi" la donna supera il momento di silenzio tentando di riprendere l'iniziativa. "Thomas Payne, molto lieto" Il cameriere interrompe le presentazioni per prendere le ordinazioni. Payne previene la donna: "Una insalata mista per entrambi e una bottiglia d'acqua naturale" Il cameriere scrive diligentemente e si ritira. Quando Payne torna a fissare lo sguardo su Sonia questa lo sta guardando a bocca aperta. "E' consigliabile tenersi leggeri con questo clima terribile. Ho preferito evitarle una cattiva digestione". Per quanto Sonia lo ritenga scioccante la conversazione, in realtà un monologo, si mantiene su questi toni per tutta la sera. L'uomo continua imperterrito per tutta la sera a parlare indifferentemente del sistema penitenziario, della guerra franco prussiana e della borsa inglese. Dal canto suo non riesce quasi a spiccicare parola. L'inutile cicaleccio di Payne le ottenebra totalmente la mente impedendole di costruire un quadro della situazione. Riesce ad avere soltanto brevi squarci di consapevolezza di quando in quando. In uno di questi le sta versando da bere. Poco dopo lei si sorprende a parlare del cane che aveva da bambina non avendo la più pallida idea di come ci sia arrivata.
In un lampo si accorge di stare baciando l'uomo nell'ascensore dell'albergo. Avverte distintamente un sentore di bile. Payne continua a parlare. Della vita, dell'accumulare energia, di mosche, ragni, di uccelli.... Quella che sta guardando è una maniglia. La maniglia del bagno. L'improvvisa consapevolezza colpisce il cervello di Sonia con la violenza di un maglio dissipando la nebbia in cui si sta dibattendo. "... lo appresi da un mio compagno di facoltà, in effetti non mi sarei mai potuto imbattere per caso in un simile volume, che peraltro nemmeno era contemplato nel catalogo. Ovviamente senza l'esperienza di cui ti ho parlato prima non sarei poi potuto giungere ai risultati odierni." Si rende conto di essere sdraiata contro la parete della propria stanza. Seduto su una poltrona a quadri Payne le parla con lo sguardo perso al soffitto. La stanza compie un paio di giri attorno a lei. "... naturale che dopo tanto tempo qualcosa cominci a sfuggire anche a me. Ti facevo l'esempio del mio nome, sono certo cominci per erre ma davvero non riesco a ricordare." Si dovrebbe alzare, dovrebbe almeno provare a strisciare verso la porta mentre ancora è distratto ma le pareti si rifiutano di assumere una geometria plausibile e non è nemmeno certa di quale dei due tentativi stia compiendo. "Ora, mia cara, se vuoi essere così gentile da metterti in ginocchio..." Improvvisamente conscia della posizione da assumere Sonia sentì il suo corpo obbedire lentamente all'ordine impartitogli. "Tu capisci, non è per te in particolare... un semplice processo di accumulazione, da te a me". Sonia vede Payne, che non è più Payne, avvicinarsi a lei con la sua repellente espressione da alligatore. In una mano stringe un rasoio col manico in madreperla. Con la destra le afferra il mento e dolcemente le reclina il capo all'indietro. La sinistra si solleva in alto. La potenza dei fari rimbalza violenta contro la retina del gatto stordendolo per un attimo. In quell'istante, capisce che è finita. La vita, che dentro di sé pensava di poter preservare in eterno giunge al termine in quel momento esatto. Avverte, per una frazione di secondo, un ultimo anelito a stringere quello scampolo di esistenza ma anche quello si dilegua e si ritrova, solo, sul baratro. Tutto ciò che resta è vertigine. La mattina del ventiquattro giugno l'uomo supera con indifferenza il banco della reception. La ragazza con la coda di cavallo guarda incuriosita l'elegante signore che si allontana stringendo a sé una vecchia sacca di cuoio. Non lo ferma, non ne sente il bisogno. Mentre torna verso la fidata Mercury l'uomo si sente finalmente sazio e pronto per riprendere l'eterna corsa verso il prossimo pasto. Soltanto un cruccio turba la sua altrimenti perfetta serenità: "Il nome, cominciava per erre. Roys... Renf... Renfyld? Possibile che fosse Renfyld?" Forse. Prima o poi gli sarebbe venuto in mente. Mette in moto l'automobile e riparte verso oriente. Erik dall'Osso
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