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Il desiderio di Tina
"Ti piace?" domandi. Achille afferra un lembo della tovaglia di fiandra, in un gesto inconsapevole, retaggio dell'infanzia, e si pulisce la bocca. "Come lo fai tu, non lo fa nessuno." Bastardo, pensi, ma sorridi placida. Due settimane prima Achille era rientrato all'improvviso. Un bacio, ed era fuggito a lavarsi. "Una cena di lavoro. Con Baldini, Gualtieri e l'ingegner Innella. Sai, quello di Matera." Avevi socchiuso un attimo le porte del box doccia. "E le mie pappardelle ai porcini?" Lui aveva sporto la testa gocciolante. "Le mangerò domani." Una carezza bagnata, frettolosa era risalita lungo la tua coscia. "Scusa, sono già in ritardo." Eri entrata in camera da letto. Sul parquet lucido i suoi calzini appallottolati, le mutande, i pantaloni, là dove Achille li aveva lasciati cadere. Avevi raccolto tutto e tuffato il naso nella camicia a righe, per carpire il suo odore mescolato a un residuo di Aqua Velva. Poi una vibrazione inconfondibile, il cellulare dimenticato nella tasca dei pantaloni. La scritta sul display informava dell'arrivo di due messaggi. Avevi posato il telefono sul cassettone antico, in modo che Achille potesse vederlo una volta uscito dal bagno e, con il fagotto di biancheria fra le braccia, ti eri diretta alla piccola lavanderia nello scantinato. Fermata di colpo, avevi però posato la roba sul pavimento del corridoio ed eri tornata indietro. Due nuovi messaggi? Dal bagno arrivavano lo scroscio dell'acqua e un fischiettare sommesso. E se fosse Baldini che avvisa di un cambiamento di programma per la cena di stasera?, ti eri raccontata. Certe cose non si fanno, ma tenevi già il cellulare in mano. Letti i messaggi, li avevi cancellati. Baldini, in effetti, aveva chiamato poco dopo confermando l'ora e il ristorante. Mentre Achille era a cena con i colleghi, tu avevi preso l'auto ed eri andata da lei. La vecchia casa con la facciata ricoperta di vite americana era in fondo a un vialetto fiancheggiato da cipressi. Dopo aver parcheggiato dietro un trattore rugginoso, lì dove il buio era più denso, ti eri avvicinata alla porta d'ingresso e avevi suonato il campanello, un groviglio di rovi al posto del cuore. "Ciao, Tina." L'avevi salutata, mentre il suo sorriso diventava gessoso come una meringa dimenticata fuori dal frigo. "Fosca, che sorpresa! Parto domani e..." "Lo so. Io so tutto." La sua espressione immobile aveva cominciato a sfaldarsi. "Tutto, cosa?" "Andiamo dentro. Voglio parlare con te." Con un moto quasi impercettibile delle spalle, Tina si era arresa, lasciandoti passare. "Entra."
Quante volte eri stata in quel soggiorno? Cento, duecento? Forse di più. Nel grande camino la nonna di Tina, nei pomeriggi d'autunno, metteva sulle braci la padella con i buchi sul fondo e preparava le caldarroste. I vostri nonni erano in società, allevavano mucche e avevano anche una macelleria, molto rinomata nella cittadina romagnola. Tina, con le treccine ramate, con le sue smorfie e la risata scoppiettante come pop corn, era diventata la tua compagna di giochi e, con il trascorrere degli anni, la migliore amica. Seduta sul divano, non sapevi da che parte cominciare. "Vuoi sapere perché?" aveva esordito lei. "Non... non me lo so spiegare. Siamo felici, Achille e io." "Come hai fatto a scoprirlo?" "Sono arrivati due messaggi sul suo cellulare. Erano tuoi. Lui non li ha visti, stava facendo la doccia per poi andare a una cena di lavoro e li ho cancellati dopo averli letti. Il primo..." la voce si era inceppata, come se solo ora ti fossi resa conto di quanto accaduto. "Il primo diceva che saresti partita domani mattina per lo Yucatan e non avreste potuto vedervi né sentirvi per quindici giorni. ˝Trova una scusa e vieni a farmi un salutino˝. Ho capito subito che eri tu. La settimana scorsa, in pizzeria, hai raccontato ad Achille e a me i dettagli di questo viaggio. Da quanto va avanti, fra voi?" "Da un po'." "Non prendermi per il culo, Tina." "Ma cosa vuoi sapere? Pensi sempre di sapere tutto. Fosca e Achille, la coppia perfetta. Tu, con i tuoi manicaretti, con i pavimenti tirati a lucido, con gli asciugamani di lino cifrati, con i tuoi ˝mio marito e io ci confidiamo tutto˝, ti sei mai chiesta che cosa voglia davvero Achille?" "Come fai a saperlo, tu, di cosa ha bisogno un marito? Tu, che non ti sei mai sposata?" "So di cosa non ha bisogno, perché me lo ha detto. Delle tue rotture di palle, Fosca. Ammettilo, a volte togli l'aria a chi ti sta intorno. La moglie premurosa, affidabile, prevedibile al limite della noia." Ti eri alzata in piedi. "Smettila!" "Volevi sapere e ora ascolti. Il tuo matrimonio è una farsa, un'illusione. A lui basta che io apra le gambe, senza complicazioni, senza promesse di amore eterno. Una bella scopata ogni tanto e lui sta bene..." Ma chi era quel mostro? Non certo Tina, la tua migliore amica. No, no, no. Una gran voglia, dentro. Di fare male, di farle tanto male. Doveva aver visto che i tuoi occhi erano cambiati e aveva cercato di scappare, infilando le scale che portano alla cantina, fredda e con i muri color pozzanghera sporca. Ma lo scatto non era mai stato il suo forte, anche quando eravate ragazzine la battevi sempre, e l'avevi raggiunta prima che potesse chiudersi dentro. L'avevi colpita con il coltello nascosto nella borsetta. Sapevi bene, in fondo, che l'avresti usato. Sapevi anche dove e come colpirla, il nonno ti spiegava molte cose, quando eri una ragazzina, e ti portava con sé al macello. Tina era barcollata, gli occhi appannati, ed era caduta. Te n'eri andata. Nessuno avrebbe notato la sua assenza per almeno due settimane. Tutti, in paese, sapevano del suo viaggio imminente, l'aveva sbandierato ai quattro venti. Ed era sua abitudine, ogni volta che partiva, chiamare un taxi per raggiungere Forlì, in modo da non lasciare la macchina incustodita nel piccolo parcheggio dell'aeroporto per così tanti giorni. Chi la conosceva non si sarebbe stupito nel vedere la Polo di Tina nel vecchio fienile adibito a garage. Il giorno successivo, per evitare anche la più improbabile possibilità di accertamenti o curiosità inopportune, avresti telefonato alla compagnia aerea, fingendo di essere Tina e di dovere rimandare il viaggio, a causa di un imprevisto. Mentre guidavi verso casa ti eri fermata lungo l'argine del Montone. Solo tu in giro, in quella notte brumosa di inizio novembre. Avevi gettato il coltello nel fiume, nelle narici e in bocca un sentore dolciastro di foglie marcite.
"Ce n'è ancora? È squisito." La voce di Achille ti riscuote. Il filetto alla moda antica gli è sempre piaciuto. Scalogno, peperoni, rosmarino, tre cucchiai d'olio extravergine, una spruzzata di vino rosso, qualche goccia di salsa worcestershire e, in ultimo, il filetto, leggermente infarinato e tagliato a pezzi. Senza dire nulla gli porgi il piatto da portata e guardi fuori. Il buio è compatto e solido, al di là dei vetri e dentro il tuo cuore. Non senti niente, neanche un accenno di senso di colpa. Forse, insieme a Tina, sei morta anche tu. O forse sono morte tutte le cose in cui credevi, quelle per cui vale la pena vivere: l'amicizia, quella vera, la fiducia nelle persone. E l'amore. Tutto sparito, e ora sei solo un involucro tenuto in piedi dall'insensibilità, imbottito di cattiveria. Le ultime due settimane sono trascorse come tante altre. Il lavoro, una sera in biblioteca per la presentazione di un libro, una cena con Achille in quel ristorante di Bertinoro, uno stage sui dolci al cioccolato.
Eri tornata a controllare, due giorni fa, usando le chiavi di Tina per aprire la porta. La casa era fredda, ti eri accertata di spegnere il riscaldamento. La torcia illuminava i tuoi passi sordi e l'alito di nebbia, mentre scendevi in cantina. Tina era lì, come l'avevi lasciata, a testa in giù. Era stata la cosa più faticosa, quasi due settimane prima, appenderla a uno degli uncini inseriti nel basso soffitto, per far defluire tutto il sangue dal corpo. Il rivolo scuro, ormai secco dopo tanti giorni, finiva dentro una piccola grata al centro del pavimento. Un tempo, prima della diffusione di frigoriferi e congelatori, in ogni vecchia casa di campagna c'era una stanza come questa, per quando si ammazzava il maiale. Avevi sistemato la torcia su un tavolo: era il momento di usare i coltelli del nonno. Ti bastava chiudere gli occhi per rivederlo al lavoro nella macelleria, per vedere i suoi gesti lenti e misurati e cercare di imitarli. Prima il mezzo coltello per eliminare la pelle e scoprire la carne. Poi il coltello da disosso, corto e affilato, per staccare dal corpo di Tina le parti più simili al filetto e al girello. Avevi posato la carne sul vecchio tagliere massiccio, un po' incavato al centro e usato di nuovo il mezzo coltello, per sgrassare ben bene e rifilare la carne. Ti eri sfilata i guanti in lattice, il camice sdrucito, lasciato da chissà chi, che avevi trovato appeso in un angolo della cantina e che avevi indossato anche la volta precedente per non sporcare i tuoi abiti, e i sacchetti di plastica, usati per proteggere le scarpe. Avrebbero scoperto tutto, era questione di pochi giorni, ma non t'importava. Ti eri lasciata alle spalle quel che rimaneva di Tina senza neppure voltarti.
La mano di Achille copre la tua, intenta a giocherellare con una briciola di pane. "Non hai mangiato quasi niente. Non stai bene? Sei così silenziosa." Il tuo sorriso lo rassicura. "Sono solo un po' stanca." "Domani sera ti porto a cena fuori. Basta cucinare." "No, dai, stiamo a casa. Ho del girello ottimo, tenerissimo. Che ne dici di un carpaccio con salsa di capperi?" Sorridi ancora e pensi a quel secondo messaggio sul cellulare, letto e subito cancellato. All'ultimo desiderio di Tina. "Ti aspetto, Achille. Baciami, toccami. Mangiami..."
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La fiamma delle candele regala tonalità d'ambra ai calici in cristallo.
