Il sacro vincolo
di Muriel Pavoni
Il sacro vincolo
Raccontano che un giorno, una primavera di molti anni fa, un signore di Reggio Emilia si è svegliato convinto di sapere il cinese. Sua moglie, che aveva alcuni anni in meno di lui e che come lui aveva fatto solo la scuola dell'obbligo, era una donna semplice. Si accontentava di tirare avanti alla meno peggio, senza farsi troppe domande complicate, stando bene attenta a non sforzare le meningi. Ma quella trovata del marito, così di prima mattina, le faceva venire su una rabbia...
"Raccontano che è iniziata così la faida dei coniugi Bagnacani, che oggi riposano l'uno accanto all'altra al cimitero di Reggio."
Il signor Augusto Bagnacani detto Gusto, quel mattino aveva imbastito una bella burla. Una trovata per ingannare la noia. Svegliandosi aveva deciso di sapere il cinese, gli era venuto in mente per caso, trasportato da uno stato d'animo un po' beffardo. Perché era una di quelle mattine di primavera in cui si sentiva invaso dal profumo invitante del mondo che sboccia. Di quei giorni in cui ci si alza prima del trillo della sveglia, pronti a lasciarsi scivolare negli eventi, desiderosi di farsi coinvolgere dal senso di armonia con la natura. In fin dei conti Gusto era un sognatore.
Sfortunatamente Delia, sua moglie, era tutto tranne che una donna di spirito. Conosceva bene il senso dell'appesantimento, dell'esasperazione drammatica, ma ignorava totalmente il senso dell'umorismo.
Quando si è così distanti, si fa presto ad inciampare in un fraintendimento, buttato lì non a caso.
Non c'era veramente nulla che non andasse tra di loro, tranne che i loro discorsi, i loro gesti, i loro sguardi erano tutti alla mercé della monotonia quotidiana. Si erano fatti prendere entrambi dall'ingranaggio malefico della noia. Invischiati in una relazione asfittica, ognuno faceva la sua parte meccanicamente.
Come si erano conosciuti? Cosa li aveva fatti innamorare? Perché avevano deciso di stare assieme? Erano mai stai innamorati veramente? Tutte domande che cadevano nel vuoto, perché nessuno dei due ricordava. Avevano cancellato la loro storia. Si sentivano catapultati nella loro misera routine senza motivo, come se fossero stati rapiti e legati assieme come due salami.
Gusto alla parte del provocatore c'era abituato. Ma quella volta la provocazione era più aguzza del solito. Era una prova tagliata su misura per la moglie. Anche se in cuor suo sapeva che la poverina non aveva strumenti per capire l'inganno. E forse stava proprio lì la crudeltà, nel provocare la vittima oltre i suoi mezzi di difesa.
Delia che era una donna semplice, istintiva, una vittima che viveva nell'autocommiserazione, non faceva altro che lamentarsi, ovviamente senza muovere un dito per risollevarsi dalle proprie disgrazie.
"Delia, mi è capitata una roba..... Vuoi sapere cosa?"
Bofonchiò Gusto dal tavolo imbandito della colazione.
Delia con un'occhiata veloce, inorridì di fronte al dipinto espressionista di un uomo, che forse un tempo era stato il suo amante.
Oddio che orrore, ma guarda com'è ridotto. Ha la faccia tutta stropicciata e raggrinzita, un occhio spalancato ed uno semichiuso. Dal pigiama infeltrito che non arriva a metà polpaccio, spuntano due stecchini ossuti e pelosi. Che roba disgustosa di prima mattina.
Già innervosita da quella visione, rispose distrattamente:
"Cosa?"
"Riesco a leggere in cinese e mi sa che lo parlo anche!"
"Eh?!!"
"Guarda, guarda qua!"
Esultò rivoltando il golfino infeltrito. Mostrava orgoglioso il cartellino che riportava tra le tante scritte una serie di ideogrammi che si mise a tradurre:
"C'è scritto: l-a-v-a-r-e-a-m-a-n-o-a-b-a-s-s-a-t-e-m-p-e-r-a-t-u-r-a. Lo vedi? Lo vedi che capisco il cinese? Poi ho in testa delle frasi e delle parole strane, tipo sayonara, arigatò.....mi sa che sono parole cinesi...."
"Anch'io ho in testa delle parole, ma è meglio che me ne stia zitta..."
"Allora se parli così bene il cinese, perché l'altra settimana gli hai fatto fare la centrifuga a 90° a quel pigiama?"
"Ti ho detto che lo parlo da stamattina il cinese. L'altra settimana non sapevo una parola!"
"Oh, beh! Io sapevo che il cinese non è mica roba per gente ignorante come te. Comunque per me puoi parlare anche il portoghese, l'islandese, il marzianese...anzi, per me puoi pure smettere di parlare. Tanto il cinese è una lingua che fa schifo, era meglio se parlavi francese così almeno mi portavi in viaggio a Parigi..." Borbottò fra i denti Delia tornando in camera a vestirsi...
"Hai detto qualcosa?"
"No, no..."
"Perché volevo dirti, Delia...."
"....visto che mi è capitata questa fortuna di parlare il cinese, che è una lingua molto importante al giorno d'oggi. Ho pensato che per esercitarmi un po', in casa sarebbe meglio che parlassi solo cinese da ora in poi. Tu che ne dici?"
"Bah, fa un po' quel che ti pare. Io adesso vado a mettere la gallina sul fuoco, che c'è da fare il brodo."
Gusto non scherzava....Da quel momento in poi, prese ad applicarsi seriamente a perfezionare la lingua cinese. Dalla sua, Delia, giusto per marcare un po' le distanze, cominciò a parlare esclusivamente dialetto reggiano.
Ogni volta che Gusto faceva i suoi esercizi di fonetica ripetendo tutte quelle buffe sillabe in cinese mandarino, Delia lo guardava storto, borbottando colorite espressioni vernacolari.
Un pretesto, un semplice pretesto è bastato a trasformare quella casa in territorio di confine, luogo in cui si combatteva una guerra tra due nazioni vicine e distanti allo stesso tempo.
Lo sciopero della parola fu il passo decisivo verso l'allontanamento, uno sciopero fatto di conversazioni a senso unico. Lui continuava a provocarla in cinese, se fosse vero o inventato, poco importava: il suo scopo lo raggiungeva. Lei per la rabbia s'irrigidiva tutta, il calore saliva su fino al cervello, le colorava le faccia di rosso rubino, che sembrava si fosse bevuta un fiasco intero di Gutturno tutto d'un fiato, mentre invece era astemia..
In principio lo insultava, buttava fuori il suo disprezzo, ma lui non reagiva, continuava a parlare cinese e rideva. Allora Delia si convinse che bisognava resistere alle sue provocazioni. Per non dargli soddisfazione, tratteneva il fiato fino quasi a scoppiare di rabbia. Senza accorgersi di quanto il suo corpo gridasse ancora più forte.
Prima o poi lo ammazzo. Lo aspetto col coltello dietro alla porta e faccio lo spezzatino!
Pensava. Incollata alle rubriche televisive, divorando notizie di cronaca nera, vagheggiava sull'omicidio di Gusto.
Aveva sentito la storia una tale di nome Laura, di Prato, donna giovane e bellissima, che freddamente, in tutta coscienza dopo aver acquistato un revolver e sparato quattro colpi in testa al marito, andò a confessarsi spavaldamente alla polizia.
Così si fa! Quella si che è una con le palle! Brava Laura!
Pensava. Intanto sognava di andarla a trovare un giorno in carcere, per chiederle i dettagli di quel gesto eroico e per cercare in lei un po' di comprensione.
Delia macchinava continuamente possibili reati, ma il coraggio non ce l'aveva.
Si accontentava di provocare al marito qualche mal di pancia, per via dei cibi avariati che gli cucinava ogni giorno. Dimenticava il ferro rovente sulle sue camice, gli sostituiva lo shampoo col detersivo da piatti. Ma a fondo non aveva proprio il coraggio di andarci.
Gusto poi era un uomo forte, quelle manovre non lo scalfivano, tanta era la soddisfazione di offendere la moglie in cinese, senza che lei capisse. Ogni volta che ne imparava una nuova di offesa, gliela ripeteva con gli occhioni languidi, poi giù a ridere sadicamente, che Delia non capiva mica niente, ma intuiva che c'era qualcosa di strano. Così per stare dalla parte del sicuro, buttava giù un po' di varechina sul maglione preferito del marito.
"Poi com'è andata a finire?"
"Hanno tentato di uccidersi a vicenda? Si sono dati fuoco? si sono accoltellati?"
"Niente di tutto questo...."
Hanno vissuto assieme per moltissimi anni. Odiandosi ostinatamente, con determinazione. Hanno trovato un modo tutto loro per sopportare la scocciatura della convivenza. Quella continua guerriglia li aveva mantenuti vivi. Vivi per combattersi.
Successe una sera a cena, mentre Gusto come al solito conversava amabilmente in cinese. Delia s'ingozzava trangugiando polpette senza nemmeno masticare, tanto era nervosa. Uno di quei grossi bocconi prese la via della trachea, facendola diventare paonazza. Iniziò a tossire emettendo suoni soffocati, agitandosi con le braccia s'indicava il collo, aveva gli occhi sgranati, il respiro affannato. Gusto osservandola capì immediatamente, la moglie stava soffocando.
"Beh, son cose che capitano!" pensò tra sé e sé in cinese.
Se ne stette lì con aria divertita ad osservare. Arrivò poi a ridere sguaiatamente notando come la moglie si contorceva, sembrava ballasse un allegro minuetto. Poi improvvisamente il suo corpo cadde rigido a terra, era fredda, non respirava più. Non c'era dubbio, Delia era morta. Una morte demenziale, ad opera di una polpetta! Giaceva a terra, occhi sgranati, dalla bocca semiaperta saltavano fuori pezzetti di carne triturata.
La gioia era incontenibile, la sorpresa talmente grande che il vecchio cuore affaticato di Gusto non resse, si arrestò. Infarto al miocardio dovuto all'arresto delle coronarie.
Erano anziani, non avevano amici né parenti. Li trovarono i vicini dopo una settimana, per via dell'odore fetido che inondava il pianerottolo.
Furono trovati a terra, riversi accanto alle loro sedie ribaltate, sul tavolo c'erano pietanze invase da muffe e parassiti, Delia con quell'espressione inquietante sul volto, aveva fatto una brutta morte, tormentata, dolorosa. Lui sembrava sereno, pareva quasi che sorridesse. Gusto aveva goduto della gioia di vederla crepare prima, quella donna tanto odiata.
"Delia e Gusto sono condannati a stare assieme anche qui al cimitero di Reggio, i loculi erano stati comprati molti anni prima di dichiararsi guerra. "
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