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La Carriera di Antonio Lo Fiego PDF Stampa E-mail
Venerdì 05 Marzo 2010 20:24

LA CARRIERA

 

Il mio nome è Edoardo, ma nessuno mi chiama così. Ne uso un altro anche se non sono un artista. Sono un uomo pubblico e amministro una multinazionale. Dove vivo sono popolare e tutti pensano di conoscere i miei pensieri attraverso le mie azioni. Ma non sono quello che appaio, per cui faccio credere quello che non sono. Il mio viso bonario e luminoso li inganna.

Se guardassero le mie mani, penserebbero il contrario. Sono nodose e secche come i torrenti d’estate. Modellate dai sogni dispersi dal passare degli anni. Mani avvizzite che accarezzano la luce del tramonto, prima della notte senza stelle. Una parte del corpo porta sempre i segni della delusione. Nel mio caso, non poteva essere la faccia. È troppo importante per il mio lavoro, quindi lascio alle mani esprimere la verità. Naturalmente è magra anche la mia figura abituata alla frugalità.

Il mestiere è duro. La carriera complicata. Diminuiscono i candidati e si assumono stranieri, ma è difficile che arrivino alla mia posizione. Sono il responsabile di una filiale di una città con il centro medioevale ben conservato. Mi piace stare in mezzo alla gente, ma non posso farlo come vorrei, l’ufficio e le tante responsabilità assorbono tempo. Il mio vestire incute rispetto. Mi sono comprato un anello. Una ametista scura come il fondo dell’oceano, taglio brasiliano, montatura italiana, un buon matrimonio. Un vezzo che quelli come me amano.

Quando termina la giornata e rimango solo, sento bussare. Non apro. Evito di ascoltare, mi nego. Il cortile è pieno di foglie secche. Gli alberi si stanno spogliando dei propri abiti rossi e gialli. Si denudano per affrontare il freddo. Il contrario degli uomini. La natura è strana. Il mio lavoro non ha orario. Mi piace pensare. Pensare e meditare sono essenziali alla mia attività, però è diverso quando lo faccio per me, al termine del mio compito quotidiano. Lavoro tanto per dare fastidio alla mia solitudine. E dire che l’ho scelta per compagna, ma in fondo lei si trova male con me ed io con lei. L’ho cercata tanto e adesso non mi parla più. I suoi silenzi riflettono la mia sconfitta. L’amore è andato. Il mio capo mi sta vicino, saperlo non mi da più l’allegria di un tempo. La gioventù serve per sognare, la vecchiaia per rimpiangere.

In cielo una sola grande nuvola grigia. Le foglie secche rumoreggiano sotto i miei passi. Sono salito in macchina senza l’autista. Non lo faccio quasi mai. Guido lento per la città, rendendo amara la fretta degli automobilisti. Ad un semaforo sbaglio la marcia, la macchina si arresta, sprofondo all’inferno: quello dietro pigia il clacson, mi supera inveendo. Quando mi vede, ha un sussulto, mi chiede scusa con la mano. Arrivo in montagna, il cielo è libero. Parcheggio. Ammiro una vallata nel sole morente. La terra appare immensa in questo trapasso. L’oscurità copre di silenzio. In lei nascondo la mia amarezza.

Dalla pieve una luce fioca. Il sagrato è illuminato, dal faretto partono lance luminose. Dentro, aspettano messa otto anziani. Entra una giovane con un bimbo. La sua età attira l’attenzione. Una straniera, dell’est europeo. Tutto normale, dunque. In quel pomeriggio feriale i giovani del posto hanno altro da fare. Il dovere è alla domenica mattina. Il parroco è preceduto dal sagrestano. Quando mi vede rimane sorpreso. Lo saluto con le mani, in questo sono un vero giocoliere. Esprimono più i miei gesti che le parole. Una lunga predica. Dio nostro Signore vigila sempre, il regno non è di questo mondo, occorre guadagnarsi il cielo, abbandonare il mondo senza debiti, perché sarà duro pagarli nel giorno del giudizio. Vado in sagrestia. Passavo per caso e mi sono fermato. Il prete sta con la testa china. Vivere lì per lui è un’ umiliazione. L’ho conosciuto quando officiava in città. Tempi migliori, prima di essere mandato in quella frazione di montagna per alcuni sui comportamenti.

 

Il letto è grande e la stanza spoglia. Occhi aperti al soffitto, il sonno si è svegliato. Abbiamo acquisito varie case editrici. L’editoria serve per diffondere la filosofia del gruppo. Stampare il sapere per controllare gli altri saperi. Un libro di racconti di autori vari, perlopiù sconosciuti, ha avuto un successo mondiale, un best-seller. Milioni di copie vendute. Sul comodino ne conservo sempre una. Copertina in pelle. Un’ edizione di lusso per quelli del nostro rango. Lo sfoglio, tentando di addormentarmi. Scelgo un racconto, li conosco tutti a memoria. Leggerli non mi emoziona come le prime volte. La ripetizione toglie lo smalto alla novità.

Sulla mia scrivania non c’è il computer. Non ne ho bisogno. Anselmo, il mio assistente, arriva con un note-book, un video proiettore e alcuni fascicoli. Un nome vecchio per un giovane, ma già un giovane vecchio del mestiere. Lui è la mia tecnologia. Farà carriera. Secco come me, così come dovrebbero essere i nostri dirigenti, che invece tendono ad essere pingui. Un modo per allontanare i nostri clienti più sensibili, risulta anche dannoso per la salute, oltre ad essere un peccato di gola.

Anselmo lo ascolto sempre volentieri. Veste di scuro ed è curato. Ha terminato brillantemente gli studi, è uscito dal suo bozzolo e ha scelto di lavorare per questa azienda.

Mi preoccupano le notizie dagli Stati Uniti. Consumatori organizzati ci hanno citato in giudizio per i pessimi servizi offerti ai minorenni. Un mare di spese e di rimborsi. Anselmo osserva che il marchio ha tenuto. Sorprende la sua sintesi. In effetti il mercato è salvo, ma l’apprensione no. La concorrenza utilizza queste crepe per inserirsi con nuove etichette più accattivanti per i consumatori. Moderne, come dice Anselmo. Capire il cliente di oggi che ha altri stimoli, svecchiare i prodotti e marketing aggressivo. Parole d’ordine che non deve aver imparato nel corso dei suoi studi. Alla fine concordammo che uno dei punti deboli sono gli agenti di vendita. Sono a contatto diretto con la clientela. Rari giovani nello staff, molti pensionati con poca verve, altri pensieri per la testa e affatto inclini alle innovazioni. È un mestiere poco appetibile per i giovani. Puntare sugli stranieri. Una buona alternativa da usare con cautela. Per il mio assistente potrebbero creare problemi.

All’inizio i clienti li vedevano di buon occhio, attirati dall’esotico. La crisi ha cambiato tutto. Lo straniero, da prestatore di mano d’opera a basso prezzo, a ladro dei posti di lavori. Il popolo non va mai alla radice, non punisce i veri colpevoli della crisi; li conosce ma fa finta di niente, scarica sui più deboli, che sono a portata di mano.

Relazione con la clientela. Ho dubbi che il mio pensiero  risponda alle aspettative del capo. La vendita del prodotto è un aspetto, l’animo con il quale si fa, un altro. Non ho animo ben predisposto.

Continuano i tocchi. Non c’è nessuno, rispondo. Anselmo ha capacità di analisi, valutiamo la nuova concorrenza. Fisso la mente su un problema, smetterà di bussare. Sulla parete appaiono grafici colorati. Rallegrano l’ufficio. Dal lontano oriente, gli attacchi più consistenti. Una prassi nel mondo occidentale. Hanno iniziato con piccoli mercati nei paesi anglosassoni alla fine degli sessanta. Una lenta invasione. Vendono un prodotto di facile uso, non necessitano di intermediari. Continua l’espansione in tutto l’occidente, più lenta in Africa e nei mercati medio orientali. Ma lì è dura per tutti. Aziende vivaci nord americane aprono filiali in Europa. Si espandono in sud America, nel loro cortile di casa: concorrenza in uno dei nostri mercati più stabili. Da rivedere la strategia. Gli agenti di vendita, la loro forza. Sono scelti localmente dalle filiali, noi insistiamo a centralizzare.

Sono stanco. Mi alzo e vado al bagno. Continua a bussare. Non voglio sentire. Poco importa delle analisi del mio assistente. Torno sorridente. Anselmo passa alla concorrenza classica. Siamo in tre a contenderci il mercato mondiale. Le chiamerò uno, due (noi) e tre. La uno è, diciamo, l’azienda madre da cui si sono formate le altre. Una società poco più che regionale, con molte diramazioni, ben piantata con un clientela ricca e fedele. Il nostro capo aveva un figlio. Uno scapestrato, barba, capelli lunghi. Con le sue alte conoscenze era riuscito a piazzarlo nell’azienda uno. Era preoccupato per il suo futuro. Il giovane fece una brillante carriera malvista da alcuni dirigenti. Un mobbing lo allontanò dall’azienda e con una dozzina di ex dipendenti fondò una cooperativa. All’inizio poveri cristi che non sapevano che pesci pigliare. Il fatturato iniziò a crescere, mancava l’organizzazione. Il giovane morì. In sua memoria, il nostro capo tolse le sue azioni dalla uno per rafforzare la nuova impresa. Scrisse un decalogo sul buon comportamento e affidò la prima presidenza a uno stravagante barbuto, terrorizzato dai galli. Esperti aziendali consigliarono di sciogliere la cooperativa, troppo ugualitaria. Il mercato non si affronta con i sognatori. Una buona e salda organizzazione gerarchica: ecco i segreti del successo. La uno e la tre sono state superate ampiamente in fatturato. La tre. Chi l’avrebbe mai detto! Un magazziniere analfabeta ha lavorato alla una e da noi. Carpito i segreti aziendali delle due, ne ha fondata una tutta sua, con enorme successo. Dei concorrenti classici è quello che più ci tallona. Vissuto a lungo, ha potuto vedere l’espansione della sua società. Un dritto anche in fatto di donne. Da vecchio se la spassava con le giovanissime. Lo dico non per moralismo, i nostri dirigenti hanno scheletri peggiori, ma per screditare la concorrenza.

Il figlio del nostro capo, quello morto giovane, aveva puntato sul mercato popolare. Prodotti di largo consumo a basso prezzo. Il core business erano i meno abbienti. Qualcuno li chiama poveri, io preferisco clienti con scarso potere acquisitivo. Ci piace mostrarli quando piangono. Molestano, se si organizzano. Continuiamo ad essere interessati a questa fascia. Il tempo ed il mercato hanno modificato la politica commerciale. Diversificare l’offerta. I prodotti migliori per i ricchi. Per loro abbiamo un debole. Lo mascheriamo. Non sta bene per una società di beni di largo consumo, a vocazione popolare.

Anselmo mi ha svegliato usando il mio vero nome. Uno dei pochi autorizzati. Il direttore generale era morto. Alle prime luci dell’alba. Notizia fresca di internet. Una volta si sarebbe detto fresca di stampa. I tempi cambiano. Nel cortile le foglie erano sparite, il prato era verde, dappertutto i colori della primavera. Un buon auspicio: la natura che si svegliava. Per tutto l’inverno ha bussato. Non ho mai risposto. La morte del direttore generale apriva speranza alla mia carriera. Alla mia età non ci speravo più, ma nella nostra azienda è consuetudine arrivare al vertice ad età avanzata.

L’autista mi ha lasciato all’aeroporto in una giornata tersa. Mi sono sistemato in un albergo della capitale. Sono venuti dirigenti da tutte le filiali del mondo. Ci siamo riuniti in una grande aula. Il capo non è potuto venire. L’età. Ma è comunque presente con lo spirito. Giorni e giorni di riunioni. Dei vecchi dirigenti hanno chiesto di accendere la stufa. Non fa freddo, ma gli acciacchi vanno rispettati. Dal camino è uscito un fumo bianco, denso. Dalla piazza un boato di gioia, i fedeli erano in attesa da giorni e la contentezza è esplosa all’improvviso. La curiosità di conoscere la nuova guida spirituale all’apice. Un mio collega cardinale mi ha presentato alla folla con la rituale frase in latino. Mi sono vestito di bianco e mi sono affacciato per salutare felice l’oceano di teste che ondeggia senza sosta. Sono il nuovo papa. Da vescovo a papa. Ho cambiato di nuovo nome. Il fastidioso bussare che tanto mi angustiava ha smesso. Ora la mia anima tace, si è messa il cuore in pace. Ho fatto bene a non risponderle. Bisogna resistere, stringere i denti per salire in alto. Se le avessi dato ascolto, la mia fragilità avrebbe messo in dubbio la mia fede e non sarei Papa, oggi.

 

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Ultimo aggiornamento Sabato 06 Marzo 2010 10:40
 

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