| Io sono Callahan |
|
|
|
IO SONO CALLAHAN (Luca Mannurita)
Questo qui davanti ai miei piedi invece è un cadavere. Morto stecchito. Un colpo alla nuca. Una classica esecuzione. Sì, perché io sono della Omicidi e sapere queste cose è il mio lavoro. Stare in questo vicolo puzzolente di piscio è il mio lavoro. Niente ricostruzione virtuale della scena del delitto, per me. Niente telepresenza, niente droidi radiocomandati. Nemmeno un buono sconto per le scarpe. È il secondo paio che rovino questo mese. Stavolta proverò a pulirle meglio. - Hey, Callahan! Lascia stare il cadavere, non ho ancora finito! Qui con me c'è solo il beccamorti della Scientifica, con i suoi droidi svolazzanti. Sta fotografando e filmando tutto. Quante storie perché ho scostato un poco il cadavere con un piede. Ma io so già quello che voglio sapere. Troppo poco sangue. Niente schizzi. Non l'hanno steso qui. Strano che non l'abbiano buttato fuori da un'auto in corsa sulla sopraelevata. Ormai fanno così: va di moda. I cadaveri o finiscono sul cofano dell'auto che segue, o rimbalzano giù di sotto o tutte e due le cose. Tutto lavoro extra per la Scientifica che deve rimettere insieme il puzzle prima di cominciare a capirci qualcosa. - Quando potrai dirmi qualcosa? Quello storce la bocca. Domanda del cazzo, lo so. Ma la devo fare. - Mi ci vogliono due ore solo per il calco dei denti. Non penso di poterti dire chi è prima di stasera. Troppo. - Stasera? Lo so che puoi fare di meglio. - Senti, appena finisco qui ho una tonnellata di materiale da esaminare e ben due ricostruzioni VR da fare da zero. E non dire niente, Callahan: sono tutti casi di omicidio come il tuo. Sta bluffando, come al solito. - Va bene. Ti chiamo all'ora di pranzo. Non sto nemmeno ad aspettare la risposta. Lo sento sbuffare, so che all'ora di pranzo conoscerò l'identità del caro estinto. Lo saluto. Sono stanco di respirare puzza di piscio e di liquidi non riciclati. Camminare mi fa bene. Ci sono abituato. I colleghi mi danno dell'idiota, loro escono solo se indispensabile. Ma io mi rilasso. Riesco a pensare, quando cammino. Faccio un bel riassunto. Nove di mattina: quelli della raccolta dei rifiuti, in ritardo di due ore sul loro giro trovano un morticino con la testa mezza spappolata da una cannonata. Niente documenti, niente nelle tasche che possa portare a qualcosa. Tranne le modalità dell'esecuzione. Il proiettile d'artiglieria ha fatto un buco piccolo entrando nella nuca ed è uscito portandosi via mezza faccia. I denti però sono intatti. Un piccolo dispetto: se non avessero voluto che lo identificassimo, non lo avremmo mai nemmeno trovato. Lo avrebbero sparato fuori da un portello di servizio. Dopo al massimo qualche giorno in orbita di solito ci pensava l'atmosfera a far sparire le prove. Una breve fiammata e via. Niente cadavere, niente omicidio. Vogliono farci lavorare, forse hanno bisogno di tempo, forse vogliono solo ridere al pensiero di noi sbirri che annaspiamo negli archivi dei dentisti o che diventiamo scemi aspettando l'analisi del DNA. Chiunque avesse tirato il grilletto era certo di farla franca. Quindi bisogna andare a scavare le prime palate di merda nel crimine organizzato. Si può scegliere tra droga e prostituzione qui al quarto settore. Per crimini informatici e per il commercio d'armi illegali rivolgersi al terzo settore, grazie. Qui vicino c'è il bar di Mamasàn, reparto droghe e stupefacenti vari. Comincio da lì. Quando entro in quel posto apparentemente regolare, la mia presenza non desta preoccupazione. Sono considerato uno sbirro innocuo. Oltretutto non prendo le loro mazzette sporche di merda, quindi non devono nemmeno preoccuparsi di pagare mio silenzio. Hanno già comprato quello dei miei superiori. - Ah, Callahan! Il solito? L'orologio dietro le sue spalle segna le dieci e venti. Della mattina. Un mio cenno e un bicchierino colmo di un liquido trasparente mi atterra davanti colpendo il bancone di acciaio graffiato con un rumore secco. Fino all'orlo, come piace a me. Simpatico, Robbie: mi fa sempre il rinforzo gratis. Mi sorride. Vorrebbe farmi, quel pervertito, ma ha capito che con me non ci deve provare. Se lo ricorda tutte le volte che gli fa male il mignolo della mano destra. Gliel'ho spezzato io. Bevo: è forte, buono. Raschia la gola, scalda lo stomaco e la testa. Non riesco a ricordarmi cos'è, però. - Che si dice? - provo a stuzzicarlo. Non c'è molta gente nel bar. Con uno straccio sta pulendo il bancone dove già brilla, segno che non ha un cazzo da fare. - Il solito... tutto in regola. Si stringe nelle spalle. Non vuole parlare troppo. Lo capisco; Mamasàn non scherza. Anche se a lui non servono, gli fa strappare i coglioni se si lascia scappare una parola di troppo. Non è un modo di dire: Mamasàn sa essere cattivella quando vuole. Lo tampino ancora un po' ma niente. O sono sulla strada sbagliata oppure Robbie non sa davvero nulla. Non è che uno scagnozzo, in fondo. Taglia le dosi, ci sa fare con i cocktail chimici necessari ad allungare le droghe più strane. Nel tempo libero picchia quelli che hanno commesso l'errore di non pagare la dose e serve al banco del bar di Mamasàn. Dopo aver dato un ultimo sguardo in giro per memorizzare qualche faccia nuova, esco. Vorrei fare un salto in Centrale per vedere se ci sono stati ritrovamenti di cannoni da tasca calibro dieci come quello che ha fatto il lavoro che mi è toccato in sorte stamattina. Alla Centrale è sempre la solita storia. Cerco di evitare il tenente, ma lui ha il naso fino. - Callahan, basta bere in servizio. - Buongiorno, tenente - la mamma mi ha insegnato che è buona educazione salutare sempre. - A cosa dobbiamo la tua presenza qui così presto stamattina? Stringo i denti. Sono solo le undici. Perché deve rovinarmi la giornata così presto? - Ho un omicidio per le mani, mi servono i ritrovamenti di oggi, i furti e via dicendo... la solita roba - non lo guardo neanche in faccia. Ha gli occhi di un azzurro troppo strano: io alzo il gomito ma sono quasi sicuro che lui si fa. Il giorno che lo incastro ridivento tenente, esattamente come lui ha fatto con me. Che gran bel giorno sarà quello. Mi siedo alla mia postazione senza nemmeno togliere l'impermeabile. Qualche spiritoso tra i miei colleghi potrebbe farmi di nuovo scivolare in tasca delle anfetamine. Per tentare di sputtanarmi alla Disciplinare, ovvio. Certe volte mi sento come un bersaglio fermo. - Vuoi che ti faccio passare qualcosa al terminale? Sembra un'offerta gentile. In realtà mi passerebbe solo dati parziali. So usare il terminale, la roba che mi serve me la vado a prendere da solo. - Come vuoi. Buon lavoro, allora. - Grazie, tenente - per un pelo non gli rutto in faccia. Stavolta mi è andata bene. Il goccio che mi sono fatto da Mamasàn è arrivato a destinazione con un tempismo a dir poco sospetto. Indagherò più tardi. Mi consumo le dita sulla tastiera ma non trovo un bel niente. Pare che nessuno abbia denunciato il furto o lo smarrimento di una calibro dieci da almeno un mese e che nessuno abbia trovato ancora nulla da nessuna parte. Ormai tutti i sistemi di raccolta e smistamento dei rifiuti hanno il cercametalli tarato per identificare le armi da fuoco. Un'arma gettata nella spazzatura viene regolarmente trovata in una o due ore. Forse a sparare è stato un professionista. Oppure uno affezionato al suo ferro. Un maniaco del cazzo, uno di quelli che trasforma la casa in un arsenale e che fa palestra tutti i giorni. Uno di quelli che si passa il rasoio in testa tutte le mattine. Ce n'è più di quanti si potrebbe sospettare. Disattivo il terminale prima che qualche buontempone colga l'occasione per usarlo a fini illeciti, tanto dentro ci finisco io per omessa custodia di identità informatica con l'aggravante delle abilitazioni speciali da sbirro. Qualsiasi avvocato mi sbatterebbe al fresco con un'accusa così. Torno fuori, prima che l'aria mi avveleni. Se l'arma non è stata trovata, posso scartare con certezza il delitto occasionale. Devo solo scoprire se si tratta di droga o prostituzione. Potrei cercare di beccare qualche altro tirapiedi di Mamasàn, ma la mia mattiniera visita al locale non è stata la migliore delle mosse. Li ho allarmati: se c'entra qualcosa, a quest'ora Mamasàn ha già preparato un bel labirinto per farmi correre un po'. Forse dovrei rivolgermi alla concorrenza. A piedi fino da Smartie è lunga, prendo il Tubo. Nel frattempo arriverà l'ora di pranzo e prima di parlare col boss della chimica dello sballo faccio due chiacchiere con la Scientifica. Il Tubo è sempre quello e anche chi ci trovo dentro non cambia mai. Cercano due volte di rubarmi il portafogli. Il primo riesce a scapparmi, il secondo si becca anche la dose del suo collega. Il rumore dell'articolazione della spalla che torna al suo posto non ha mai smesso di farmi impressione. Spero di non slogarmi mai una spalla. Quando finalmente riesco a trovare dei terminali a pagamento che non costino una fortuna per ogni minuto di collegamento, chiamo la Scientifica. - Pronto. Callahan, Omicidi. Caso 7787898. - Attenda, prego. Maledette macchine. Odio parlare con una macchina. Niente video. Odio parlare senza video. - Callahan? - finalmente un essere umano. Spero. - Sono io. - Salve. Ci siamo visti stamani. - Ha qualcosa per me? - senza video non sapevo se fosse davvero il beccamorti di prima. - Nome e cognome. Anche il referto balistico, ma non credo che voglia memorizzarlo su un terminale pubblico. - No, infatti - sono uno sbirro, ma non sono così idiota. - Aki Sun Lo. Serve la carta? - Sì, grazie. - Serve altro? - C'è forse il fascicolo? - ci provo. Non ce l'hanno mai. - No, ho solo l'identità e la balistica. Un calibro dieci, probabilmente una Tannhäuser o una Chrome militare. La Tannhäuser me l'aspettavo. La Chrome no. Vale la pena di leggere il rapporto balistico, ma lì non posso. Merda, dovrò tornare in Centrale. O andare a casa. - O.K., grazie. A buon rendere. - Mi basterebbe che beccasse chi ha fatto il lavoro. Un idealista? Ce ne sono ancora? - Farò del mio meglio. Saluto e chiudo. Dalla stampante è uscita la pseudocarta con il mio morticino. Merda: la foto è dell'anno scorso e la ricostruzione al computer non fa testo di fronte al giudice. Non sono ancora riusciti a modificare la dannata legge. Meglio di un cazzo. Prendo e ficco tutto nel mio portafogli, la mia vera Centrale. Gonfio da spaccarsi, ma non certo di soldi. Ci ho messo anni a radunare quel piccolo archivio personale. Se lo perdo sono fottuto. Sarebbe come rimanere senza una mano. Ma adesso è ora di andare a trovare Smartie. Cammino, cammino ancora. Procedo a zig-zag tra i blocchi abitativi, passo nei vicoli. Ancora puzza di piscio e di reflui torbidi. So come fottere le sentinelle di Smartie. È un pesce grosso, ma si ostina a circondarsi di principianti. Svolto sulla strada principale: c'è gente in giro, molti hanno finito il turno e vanno a casa o a pranzo da qualche parte. Ci sono delle auto in coda. Due ragazzi mi vedono e si mettono a correre. Dilettanti di merda, mi hanno fottuto. Non posso correre, mi fa male il polmone. E poi sono già troppo lontani, non li avrei beccati nemmeno vent'anni fa. Daranno l'allarme. Devo far funzionare il cervello. Non mi viene in mente nulla. Al diavolo il cervello: la tana di Smartie è qui dietro. Anche se mi aspetta, io entro. Sembra la porta di servizio di un'officina. In realtà una parete finta la separa dall'officina e il breve corridoio sbuca in un capannone adiacente. Tutte modifiche assenti sul catasto, ovviamente. Mi basta uno sguardo per capire che la tana è fredda. Di Smartie non c'è traccia. Lo sa che non deve far passare da lì la roba, ma ciò non gli vieta di continuare a usare quel capannone per i suoi diversi traffici. Non ho voglia di controllare ma sono pronto a scommettere che l'auto e le due moto buttate in un angolo sono rubate. Si fa in fretta a fare una capatina qui dall'officina con un paio di attrezzi e neutralizzare gli antifurto con localizzatore. La struttura metallica del capannone interferisce con le trasmissioni. - Ciao, sbirro. Ecco qualcuno che vuole far diventare ricco il dentista. Dietro di me. Una vocina mi dice di voltarmi lentamente, un prurito alla nuca mi suggerisce che forse ho una berta spianata contro. - Cosa ti porta da queste parti? Non abbiamo niente a che fare con te da un bel po'. Una faccia di merda mai vista prima dietro una pistola. Ha ragione: è da un po' che Smartie non liquida qualcuno. O se l'ha fatto è stato così astuto da ricordarsi di far sparire il cadavere in fretta. - Cerco una persona. - Cosa ti fa pensare che sia qui? - Amico di amici? - devo prendere tempo. Ha gli occhi arrossati e le pupille dilatate, ha sniffato qualcosa. - Sai che ti dico? Non l'ho visto il tuo amico. Nessuno l'ha visto, qui. Così adesso tu porti il tuo grosso culo fuori di qui e sparisci alla svelta. Accenna all'uscita con la pistola. Un gesto rapido, ma non abbastanza. Dilettante. Fatto di roba al punto da non togliere la sicura. Non sono mai stato troppo veloce con le mani ma oggi non serve. Prima con la sinistra gli alzo l'arma e con la destra gli ammorbidisco il grugno. Cazzo, se fa male. Cade, per fortuna. Non avrei potuto tirargli un altro destro, l'ho preso così bene che a momenti mi spacco la mano. Gli schiaccio il polso sotto la suola e lui è costretto ad aprire la mano. La sua merdosa calibro sei rubata striscia lontano sul pavimento. Riesco a chiudere le dita sulla pseudocarta col mio morto stampato. Gli sventolo le foto davanti al grugno sanguinante. Forse gli ho rotto il naso: i denti sembrano a posto, visti da qui. - Vediamo se vinci il premio, adesso - forse riesco a convincerlo. - Non so chi sia - sputa gocce di sangue dalla bocca. Certe volte credo che la mia mano destra sia dotata di una volontà sua. Parte da sola, di rovescio. - Riprova - gli suggerisco. Ho schizzato di sangue il pavimento e mi sono scorticato le nocche. Non sento più tanto dolore: ora posso fare sul serio. - Aki... Aki Sun Lo... - adesso sta tremando e piange, il cagasotto. Forse pensava che sniffare la merda che gli passa Smartie lo rendesse invincibile. Ci penso un po', poi la destra parte ancora. Chiusa, stavolta. - Troppo facile, è scritto qui sotto. Dài, ultimo tentativo. - Un... un corrierino... - E poi? - Lo scuoto. Non è sufficiente: deve impegnarsi di più se non vuole essere rimandato a settembre. - ...faceva la cresta. Tirava a fottere, si intascava la roba. Voleva passare da Mamasàn. - Bravo pezzo di merda - lo consolo - hai vinto una vacanza. Per precauzione lo scuoto un altro po' bussando sul pavimento col suo cranio. Poi lo trascino per le braccia fino alle moto e lo ammanetto al telaio di quella che mi sembra la più pesante. Sto per uscire per chiamare qualche collega quando mi viene in mente. Stavo per dimenticarmi. Torno indietro e gli regalo un bel calcio in faccia. - Non chiamarmi sbirro. E dire che i miei colleghi mi prendono per il culo quando compro le scarpe dalla suola rigida. Faccio un salto a casa, ho bisogno del terminale. Non ho molta fame, ma butto giù qualcosa mentre cerco i precedenti del mio cadaverino. Roba piccola: furto, ricettazione, uso di sostanze stupefacenti. Leggo anche il referto balistico, ma non mi cambia troppe carte in tavola. Aveva ragione faccia-di-merda: un corrierino del cazzo che si era messo in testa di fare carriera. Ora devo fare un giro tra gli uomini di Smartie, le sue teste calde migliori. O peggiori, a seconda. Cerco per un po' l'altro paio di manette: c'è un casino in questa casa... un giorno o l'altro dovrò mettere ordine. Le trovo ed esco subito. Ricevo un aiuto. Smartie non è un deficiente. Non gli va uno sbirro alle calcagna. Gli sto intralciando gli affari. Uno dei suoi giovani scagnozzi si fa trovare troppo facilmente. Così tanto da farmi pensare che mi sia venuto incontro. Non devo nemmeno convincerlo, vuota il sacco da solo. Il nome che mi dà non mi dice nulla, ma io avviso in Centrale. Non mi va che Smartie pensi che io sia idiota: non è da escludere che voglia stendermi una volta per tutte. Quando la squadra che il tenente mi ha gentilmente concesso fa irruzione in un cesso di appartamento al quarto settore, non troppo lontano da dove ho incontrato il mio morto ammazzato, è costretta a fare un po' di fuochi d'artificio. Un altro arresto col botto che va a finire sul curriculum di qualcun altro. A me non resta che riempire la maggior quantità di rapporti possibile mettendo sempre il mio nome ovunque. Non dovrò nemmeno provare a dimostrare che il mandante è Smartie: tanto l'avrebbe fatta franca di sicuro. Finisco tardi, ho un buco nello stomaco. L'ultimo goccio l'ho bevuto quella mattina da Mamasàn. Esco dalla Centrale con la destra ancora indolenzita e le tasche appesantite da due paia di manette. Strano che me le abbiano restituite. Passo dal marciapiede dove batte Lilly. Non c'è. Provo al bar, non è molto lontano. Vado a piedi. Così penso un po'. Nella zona delle gemelle non succede mai nulla, posso stare tranquillo. Beh, quasi mai nulla. Una volta dentro il bar mi cerco uno sgabello libero, ma sto mentendo a me stesso. Sto cercando lei. Mi faccio portare da mangiare, l'alcol arriva da solo anche lì. Mi guardo intorno: ci sono quasi tutte le altre, quindi Lilly non verrà. Non tanto presto. Butto giù un sorso: forte, buono. Mi scalda lo stomaco e la testa. Ne inghiotto ancora. È finito, ne arriva un altro uguale senza che debba fare un solo gesto. Sto cercando di affogare qualcosa dentro di me? Non lo so. Non lo voglio sapere.
|



Il mio nome è Callahan e sono uno sbirro. A proposito, il primo che mi chiama sbirro finisce dal dentista a fare l'inventario di quello che gli è rimasto in bocca, chiaro?