| La professoressa di chimica |
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La Professoressa di chimica(Civis)
Erano iniziate le lezioni del nuovo anno scolastico. L'aula della Terza B era in sofferenza persino nella struttura: l'ingresso era dal fondo, alle spalle degli studenti, e si accedeva alla cattedra attraverso una lunga corsia tra due file di banchi, una vera e propria passerella da sfilata o da patibolo, a seconda dei casi. Era al piano rialzato, molto ampia e spaziosa, con grandi finestre che davano sulla pubblica via; comprendeva 28 banchi disposti su 4 file da 4 banchi ciascuna, per altrettanti studenti. Questi, tutti di sesso maschile, avevano un'età compresa tra 1 18 e i 34 anni. Molti erano più anziani degli stessi professori. provenivano da varie regioni: Emilia-romagna, Lazio, Campagna, Calabria, Sicilia e Sardegna. Eravamo chiamati "la legione straniera". Molti di noi avevano già adempiuto al servizio militare obbligatorio: marinai, aviatori, paracadutisti e anche qualche graduato. Gente coriacea, decisa e determinata a prendere il diploma. L'elenco dei professori era affisso in bacheca, all'inizio del corridoio di accesso all'aula, presso il tavolo dei bidelli. C'erano anche i nomi degli studenti per singola classe. Una delle materie era "chimica e mineralogia". Professoressa nuova, a nome Liliana. Alcuni, per vie misteriose, sapevano qualcosa e andavano dicendo: "Quella Lilly, sarà una grossa sorpresa per tutti, vedrete!" e noi a incuriosirci. Giovedì, ore 10: lezione di chimica. Bene. Avremmo finalmente visto in carne ed ossa il nuovo personaggio. Suonò la campana di fine ricreazione, rientrammo tutti in aula, ciascuno alla propria postazione. La porta si aprì di scatto, tutti fummo in piedi, volti all'ingresso. Apparve lei, la professoressa di chimica: giovanissima, tacchi a spillo, figura snella e sinuosa, abito scuro, aderentissimo, vitino da vespa, capelli neri e lisci raccolti dietro la nuca e il viso? Angelico, stupendo, perfetto. Rimanemmo tutti a bocca aperta per lo stupore: quella tutto era ai nostri occhi meno che una docente. Si avviò alla cattedra con un'andatura mozzafiato. E accadde. Era inevitabile. Nel totale silenzio partì un potentissimo fischio "alla pecorara", acuto, seguito da un tonfo sordo ad imprimatur. A suggello e conferma. Lei si fermò di botto a metà corsia, scrutò la zona incriminata e, sdegnata e furibonda, sibilò a labbra strette: "Razza di bifolchi primitivi!" L'atmosfera era pesante, i minuti scorrevano lenti, era palesemente tentata di farci rapporto al preside, seduta stante. Poi, superato l'impatto, si girò e salì in cattedra. Eravamo fortunati: un nostro compagno tra i più giovani passava per essere un genietto, il migliore studente non solo della classe ma dell'intero Istituto. Chiese la parola: "Signorina professoressa, a nome di tutti... sono a pregarle di considerare l'accaduto... come espressione di... ammirazione, altissima ammirazione nei suoi confronti. Occorre poi considerare la realtà dei fatti: Lei non sarà di certo nuova ad analoghi apprezzamenti. Le promettiamo che no accadrà più. Infine, a nome di tutta la classe, sono a darle il benvenuto. Un benvenuto cordiale e caloroso." "Come ti chiami?" "Costanzo, signorina" "E bravo Costanzo. Hai la parlantina facile, la lingua sciolta e furbizia: saresti un ottimo avvocato" "I miei parenti gestiscono il Bar Centrale nonché l'emporio Central Market, qui in città. In famiglia ci sono già l'avvocato, l'ingegnere, il notaio e alcuni consiglieri comunali. Il contabile è anziano e occorre un rimpiazzo: così... eccomi qua!" "Bene. Così stanno le cose, badate, gradirei non dovermi ripetere: esigo il massimo rispetto. Ora facciamo l'appello, così potrò vedervi in faccia uno a uno." Era un armistizio. Col tempo si tramutò in complicità. Anche noi studenti facevamo commenti con gli insegnanti maschi, che si dimostravano disponibili e cercavano di apparire ai nostri occhi molto competenti in materia. Persino il Preside commentava e paragonava la nostra insegnante alla mitica Lollo, che proprio quell'anno prese residenza a Sabaudia, cittadina di cui lui era sindaco. La professoressa fu sempre trattata con molto riguardo. Il problema di noialtri era l'interrogazione, malgrado fosse la materia più studiata perché nessuno voleva sfigurare davanti a lei e deluderla. Andavi alla cattedra, preparatissimo, lei faceva la domanda e, nell'attesa della tua risposta, ti fissava. Annegavi nella profondità di quegli occhi magnetici, di intenso blu cobalto. Solo i più anziani, gli stessi malandrini dell'iniziale benvenuto, riuscivano a reggerne l'impatto. Non c'era rimedio: eravamo tutti perdutamente innamorati di lei e lei lo sapeva. Avevamo adottato uno stratagemma per mitigare lo sconvolgimento dell'interrogazione: ci si sforzava di fissare un punto della pedana della cattedra, cercando a tutti i costi e con enormi sforzi di non perdere la concentrazione. Un giorno si seppe che si era fidanzata ufficialmente con un noto chirurgo, con tanto di annuncio e foto sulla stampa locale. Fu un duro colpo per noi: l'avremmo persa, avrebbe dovuto seguire il consorte. Le lezioni di chimica si svolsero regolarmente ma una sottile vena di tristezza da allora attanagliò i nostri cuori. Giunse la fine dell'anno scolastico. Ultima lezione di chimica. Costanzo era inspiegabilmente assente. Non aveva mai perso una lezione, nemmeno quando aveva avuto un febbrone da cavallo e, con la testa ciondolante, temevamo crollasse dalla sedia, svenuto. Poco prima del suono dell'ultima campanella, si udirono un paio di colpetti alla porta, discreti. "Avanti!" disse lei. Costanzo entrò, festante e gioioso, tenendo tra le braccia un enorme mazzo di fiori. Tutti balzammo in piedi, applaudendo la trovata. "Non avrà l'effetto dirompente del nostro mitico salutino di benvenuto, ma speriamo di farle cosa gradita. A nome di tutti, signora professoressa, il nostro cordiale saluto" Lei, sorpresa, si commosse ricevendo l'omaggio e, tra l'invidia generale, abbracciò il ragazzo. Mormorò: "Grazie, ragazzi, grazie, grazie tante... Buona fortuna a tutti voi!" A capo chino, contrita o forse solo imbarazzata, percorse con passo veloce la corsia centrale dell'aula e uscì dalla nostra visuale, chiudendo adagio la porta. Non l'abbiamo mai più rivista. Era il mese di luglio e la canicola picchiava sodo. Forse è stato solo un miraggio, un sogno di gioventù, un sogno di una notte di mezza estate del 1954. |




Eravamo studenti di ragioneria.
